Comunicato istituzionale Assoceliaci
“Può contenere”: cosa dice davvero la scienza, e perché l’Italia ha bisogno di chiarezza
Assoceliaci risponde all’intervista della senatrice Elena Murelli su Agenfood
Assoceliaci accoglie con favore le parole della senatrice Elena Murelli, presidente dell’Intergruppo parlamentare per la celiachia, pubblicate da Agenfood il 18 agosto 2026. Il suo appello a un confronto “nel merito, su solide basi scientifiche e nel rispetto di un dialogo civile e costruttivo” tra le associazioni è esattamente il terreno su cui Assoceliaci ha sempre voluto misurarsi, e su cui continuiamo volentieri a offrirci come interlocutori.
Perché Assoceliaci esiste: un nodo di legge da chiarire
Prima di entrare nel merito del “può contenere”, vale la pena spiegare da dove nasce questa associazione, perché aiuta a capire il tipo di confronto che chiediamo.
Assoceliaci nasce da un confronto diretto con la presidenza di AIC, nel quale è emerso un punto su cui riteniamo utile fare chiarezza per i pazienti: per anni, alimenti che in base al Regolamento UE 1169/2011 risultano senza glutine per legge — semplicemente privi del marchio commerciale “senza glutine” o della certificazione volontaria promossa da AIC — sono stati indicati come “non idonei” al consumo per i celiaci. Questa impostazione è documentata nella corrispondenza PEC intercorsa con l’associazione e nello storico pubblico delle risposte fornite dal gruppo Facebook ufficiale di AIC ai propri iscritti.
Negli ultimi tempi, anche a seguito dei nostri incontri istituzionali e del confronto aperto con il Ministero della Salute, il linguaggio usato da AIC con i propri iscritti è cambiato: da “non idoneo” a “si consiglia il prodotto con claim”. È un passo che accogliamo positivamente, ma che nella pratica lascia un problema aperto: consigliare
sistematicamente di scartare un prodotto che, per legge, non contiene allergeni dichiarati continua ad avere lo stesso effetto pratico sul paziente di un “non idoneo”. È su questo nodo — prima ancora che sul “può contenere” — che riteniamo utile un confronto tecnico tra le associazioni e con il Ministero: capire insieme come allineare la comunicazione ai pazienti al quadro normativo vigente.
Su questo punto riteniamo doveroso segnalare un elemento che consideriamo di reale rilevanza per la sicurezza dei pazienti. L’ABC del celiaco — lo strumento di classificazione promosso da AIC su cui si fonda in larga parte l’impostazione “non idoneo/a rischio” — è uno strumento pratico interno a un’associazione, non una linea guida scientifica né un documento medico validato in modo indipendente. Lo ha di fatto confermato la stessa Direzione Sanitaria dell’AOU Meyer IRCCS, che nella nota di riscontro alla nostra richiesta di riferimenti scientifici a validazione dell’ABC del celiaco (prot. 6268/2026, 1° luglio 2026) non ha potuto indicare una validazione scientifica autonoma dello strumento, descrivendolo piuttosto come ausilio pratico.
Riteniamo che quando indicazioni di questo tipo — prive di validazione scientifica indipendente — vengono richiamate da professionisti sanitari o utilizzate come riferimento all’interno di strutture ospedaliere, come nel caso Meyer, si ponga un tema di sicurezza informativa che riguarda direttamente la qualità delle indicazioni fornite ai pazienti nei contesti di cura. È un aspetto che, a nostro avviso, merita l’attenzione delle autorità sanitarie tanto quanto il tema del “può contenere”, ed è esattamente il tipo di chiarezza istituzionale che la senatrice Murelli auspica.
Un chiarimento che ci dà ragione, non torto
Nell’intervista, la senatrice riporta la posizione del Ministero della Salute: l’assenza della dicitura “può contenere” non significa automaticamente che un alimento sia inadatto a un celiaco — “ragionevolmente può esserlo” — mentre la dicitura “senza glutine” offre la garanzia della soglia dei 20 ppm prevista dalla normativa. È una distinzione importante, ed è coerente con la posizione che Assoceliaci sostiene da tempo: la sicurezza
alimentare del celiaco poggia sul quadro normativo europeo cogente — il Regolamento 1169/2011 sull’etichettatura degli allergeni e i requisiti HACCP del Regolamento 852/2004 — non su marchi commerciali volontari che aggiungono costi e confusione senza una validazione scientifica autonoma.
Il punto, semmai, è un altro: la comunicazione che genera allarme sistematico attorno a diciture volontarie e non armonizzate a livello UE come il “può contenere” produce quello che nelle nostre analisi definiamo un danno amplificato — ansia e restrizione alimentare superiori a quanto le evidenze scientifiche giustifichino, con un conseguente danno indotto sulla qualità di vita del paziente. Non è una posizione “contro” nessuno: è
la lettura che le evidenze quantitative sulla contaminazione da glutine suggeriscono da anni, come illustrato più avanti.
Un confronto chiesto da tempo, e mai avvenuto
Assoceliaci accoglie con particolare interesse l’appello della senatrice a un “dialogo civile e costruttivo” tra le associazioni, perché è un dialogo che abbiamo cercato di aprire concretamente già a partire dal 2024, senza mai ricevere un riscontro nel merito.
Il 26 marzo 2024 abbiamo scritto alla senatrice Murelli inoltrando le nostre richieste di chiarimento al Comitato Scientifico di AIC sul metodo di classificazione “ABC del celiaco”; il giorno successivo, 27 marzo 2024, un secondo sollecito sulla stessa questione; il 6 maggio 2024 una richiesta diretta su come garantire che AIC non
rimanesse l’unica voce istituzionale ascoltata sul tema. A nessuna delle tre comunicazioni è seguita una risposta nel merito. Lo ricordiamo non per polemica, ma perché il richiamo al confronto scientifico e civile trova in Assoceliaci un interlocutore che lo ha già chiesto, per iscritto, da oltre due anni.
Uno sguardo alle altre associazioni europee
Vale la pena chiarire un punto che nel dibattito sui social tende a essere semplificato: non si tratta di uno scontro tra Assoceliaci e AIC sul “può contenere”. È utile piuttosto guardare a cosa comunicano ai propri pazienti le associazioni sorelle, all’interno della stessa rete AOECS di cui AIC è socia — un confronto che può solo aiutare a orientarsi.
Lo dice, testualmente, la Società Celiaca Norvegese (NCF): “NCF have always said that coeliacs should not take precautionary allergen labelling (PAL) into account, since foods with PAL do not contain more gluten than foods without PAL. This has been confirmed in several research articles” — comunicazione ufficiale della Senior Advisor Nutrition dell’associazione, ottobre 2025. Lo stesso approccio guida la prassi della Deutsche Zöliakie-Gesellschaft in Germania, che nelle proprie risposte ai soci indica esplicitamente che, per prodotti senza glutine come ingrediente e non appartenenti a categorie ad alto rischio di contaminazione, l’avviso precauzionale “può essere trascurato”. In Finlandia, la Keliakialiitto applica lo stesso impianto attraverso un
ragionamento quantitativo basato su soglie di sicurezza (10 mg di glutine al giorno), anziché un’evitamento categorico.
A questo si aggiunge il livello internazionale: è stata la collaborazione tra AOECS, Coeliac UK e Celiac Disease Foundation a portare, presso il Codex Committee on Food Labelling, il lavoro scientifico che ha condotto — alla 49ª sessione della Codex Alimentarius Commission di Ginevra, luglio 2026, richiamata dalla stessa senatrice
Murelli — all’adozione di una dose di riferimento (Reference Dose) quantitativa per il glutine: 4 mg per singola occasione di consumo.
Tra le associazioni con cui abbiamo interloquito direttamente, nessuna mantiene sul tema un’impostazione rigida quanto quella che osserviamo in Italia — un divario che, a nostro avviso, vale la pena colmare insieme, con il contributo di tutti.
La richiesta che condividiamo
A supporto di questo approccio esiste già uno studio scientifico specifico condotto in Danimarca (Rasmussen, Vigre, Madsen, Food Chemistry and Toxicology, 2022): analizzando prodotti alimentari senza glutine come ingrediente, con e senza dicitura “può contenere frumento/glutine”, lo studio ha rilevato che la contaminazione oltre i 20 ppm è rara, che non esiste una differenza significativa di contaminazione tra prodotti con e senza la dicitura precauzionale, e che il rischio associato al consumo di questi prodotti per 90 giorni consecutivi risulta basso. È esattamente il tipo di evidenza quantitativa — non l’opinione di un’associazione contro un’altra — su cui un’indicazione istituzionale chiara dovrebbe fondarsi.
Condividiamo pienamente l’appello della senatrice Murelli a un pronunciamento chiaro del Ministero della Salute alla luce delle nuove linee guida Codex, e a indicazioni istituzionali univoche per pazienti, famiglie, associazioni e ristoratori. È esattamente ciò che Assoceliaci chiede da tempo: non un’ennesima querelle tra sigle, ma il recepimento in Italia di un quadro scientifico che altrove si sta già muovendo.
Un’ultima annotazione, che lasciamo alla riflessione più che alla dimostrazione: da circa un anno riceviamo un numero crescente di messaggi da persone celiache che raccontano di seguire un’alimentazione meno restrittiva rispetto alle indicazioni più allarmistiche circolate finora, e di avere esami del sangue nella norma. Non ne facciamo un dato clinico — non abbiamo una casistica strutturata né pretendiamo di trarne conclusioni scientifiche — ma quando un pattern si ripete con questa frequenza, riteniamo che meriti quantomeno una domanda, non un’archiviazione.
Il confronto nel merito, su basi scientifiche verificabili, resta l’unica strada che Assoceliaci ha sempre percorso — ed è quella su cui continuiamo a chiedere un dialogoreale.
Assoceliaci ETS — www.assoceliaci.it