ASSOCELIACI – Scienza e celiachia

“Un bambino celiaco su tre reagisce alle contaminazioni”: lo studio che lo dice e perché, dopo Daveson 2026, non lo dice più

Lo studio Pjetraj 2025 viene citato ovunque come prova che le tracce di glutine fanno stare male i bambini celiaci. È un questionario ai genitori, senza alcuna misura del glutine.

 Il primo trial in doppio cieco sulle dosi minime, pubblicato pochi mesi dopo dallo stesso filone di ricerca, ne ha tolto l’unico fondamento su cui poggiava: l’idea che il sintomo sappia riconoscere il glutine.

Di cosa stiamo parlando

Nel settembre 2025 Frontiers in Pediatrics ha pubblicato un breve lavoro del centro di Ancona (Pjetraj, Damiani, Monachesi, Ricci, Ascani, Gatti, Catassi, Lionetti) intitolato “Prevalence of acute reactions to gluten contamination of the diet in children with celiac disease”. Il dato che circola da allora è uno: il 33,1% dei bambini celiaci in dieta “reagisce” alle contaminazioni, con dolore addominale, diarrea e vomito entro due o tre ore. Lo abbiamo visto citato in seminari, in interviste, in post di associazioni e di professionisti, quasi sempre come prova scientifica che le contaminazioni sono frequenti e che i celiaci le sentono.

Nel nostro articolo sullo studio Daveson 2026 abbiamo spiegato che i sintomi, in condizioni controllate, non distinguono il glutine dal placebo. Qui facciamo il passo successivo e applichiamo quel risultato allo studio di Ancona, perché i due lavori parlano della stessa cosa, i sintomi dopo un’esposizione al glutine, e arrivano a conclusioni che non possono stare in piedi insieme. Uno dei due va letto alla luce dell’altro, e la direzione è obbligata: lo studio controllato corregge quello osservazionale, mai il contrario.

Come è stato fatto lo studio di Ancona

Tra marzo e luglio 2024 il centro di riferimento regionale per la celiachia pediatrica di Ancona ha invitato i genitori di 422 bambini celiaci in dieta da almeno un anno a compilare un questionario online di circa quindici minuti. Hanno risposto in 296 (70%). La domanda riguardava sintomi comparsi entro 24 ore da un’ingestione involontaria di glutine. In 113 hanno risposto di sì; dopo un colloquio con una dietista, che verificava tempi, ricorrenza e risoluzione dei sintomi, ne sono rimasti 98, il 33,1%.

 

Per essere classificati come “reazione positiva” servivano tre condizioni: sintomi dello stesso tipo in almeno due occasioni, insorgenza entro 24 ore dal pasto sospetto, risoluzione completa entro 72 ore. I sintomi più riferiti sono stati dolore addominale (57%), diarrea (43%), vomito (32%), stanchezza (14%), mal di testa (12%). Nel 90% dei casi i sintomi sono comparsi entro tre ore, con una mediana di un’ora. I luoghi indicati: ristorante (46%), mensa scolastica (27%), casa (19%), viaggi all’estero (8%). Gli autori scrivono che nella maggior parte degli episodi il cibo era ritenuto senza glutine dai genitori al momento del consumo: prodotti acquistati come tali (“gelato certificato senza glutine” è l’esempio riportato) o piatti preparati in contesti dove era stata data rassicurazione.

 

Nessun finanziamento dichiarato. Tra i conflitti di interesse, il professor Catassi dichiara compensi personali per consulenza a Dr. Schär.

Cosa non è mai stato misurato

Il primo punto è semplice e lo scrivono gli autori stessi nella discussione: gli episodi di contaminazione non sono stati verificati in modo indipendente. Nessun alimento è stato analizzato, nessuna quantità di glutine è stata stimata, nessun esame del sangue o delle urine è stato fatto al momento dell’episodio. Tutto ciò che lo studio contiene è il ricordo di un genitore su un evento avvenuto in un momento imprecisato degli anni precedenti.

 

Questo produce una circolarità che da sola basterebbe a chiudere il discorso. Il questionario chiede sintomi comparsi dopo un’ingestione involontaria di glutine; ma l’unico motivo per cui quell’ingestione è ritenuta avvenuta è che il bambino ha avuto sintomi. L’esposizione è dedotta dal sintomo e il sintomo è spiegato con l’esposizione. Quando gli autori scrivono che il cibo “era ritenuto senza glutine” e che l’esempio è un gelato certificato, stanno dicendo, senza accorgersene, che in quei casi il glutine è un’ipotesi dei genitori formulata a posteriori per spiegare un malessere. Nessuno sa se quel gelato contenesse glutine. Lo studio lo conta come contaminazione.

 

I tre criteri “rigorosi” della dietista non cambiano nulla, perché verificano la coerenza del racconto, non la sua corrispondenza alla realtà. Un bambino che due volte ha avuto mal di pancia entro 24 ore da un pasto fuori casa, passato in due giorni, soddisfa tutti e tre i criteri. Lo soddisfa anche se il mal di pancia era da lattosio, da fruttosio, da un virus, da un’eccitazione o da ansia. E lo soddisfa senza che un solo milligrammo di glutine sia stato dimostrato.

Il punto di rottura: Daveson 2026

Fin qui sono critiche che si potevano muovere già nel 2025, e che gli stessi autori anticipano con una frase: i sintomi riferiti potrebbero dipendere da FODMAP, lattosio, fruttosio o effetto nocebo. La loro risposta a questa obiezione è il passaggio chiave dello studio, perché è lì che il castello crolla.

Per sostenere che i sintomi riferiti dai genitori dipendano davvero dal glutine, Pjetraj e colleghi citano due studi del gruppo australiano di Tye-Din, Daveson e Anderson pubblicati nel 2019: in uno, il 97% dei celiaci sottoposti a sfida con glutine di frumento aveva un aumento di interleuchina 2 correlato alla gravità di nausea e vomito; nell’altro, l’IL-2 saliva entro quattro ore nel 92% dei pazienti. Da qui concludono che “l’ingestione involontaria di glutine è il motore principale” dei sintomi riferiti e che “la rapida insorgenza entro 2-3 ore indica che l’esposizione involontaria al glutine è il fattore scatenante primario”.

Ci sono due problemi, uno vecchio e uno nuovo.

Quello vecchio: le sfide del 2019 usavano dosi di 3-6 grammi di glutine, cioè da mille a duemila volte le quantità in gioco in una contaminazione. Che grammi di glutine in bolo producano nausea e vomito con attivazione immunitaria è noto e non è in discussione. Trasferire quel risultato a un gelato “contaminato” è un salto che gli studi citati non autorizzano.

 

Quello nuovo è decisivo. Nel 2026 lo stesso gruppo australiano, con lo stesso primo autore di uno dei due studi citati da Pjetraj, ha pubblicato su Gastroenterology il primo trial randomizzato in doppio cieco e controllato con placebo sulle dosi minime di glutine: 51 celiaci adulti in dieta, 153 sfide con dosi da 1 a 1000 milligrammi, questionari validati sui sintomi compilati ogni ora. Il risultato sui sintomi è il più netto dell’intero studio: a nessuna dose inferiore a 1000 milligrammi i sintomi erano distinguibili dal placebo. Non per i punteggi globali, non per il dolore addominale, non per la diarrea, non per la nausea, non per il vomito, non per la stanchezza. I sintomi aumentavano dopo ogni capsula, compresa quella di cellulosa, nella stessa misura. Chi aveva l’IL-2 raddoppiata non stava peggio degli altri; chi stava male dopo il placebo non aveva alcun segnale immunitario. Gli autori concludono che è improbabile che un celiaco si accorga di un’esposizione involontaria sotto i 1000 milligrammi.

Mettiamo i due studi uno accanto all'altro.

Daveson 2026, in condizioni ideali, con la dose nota e il placebo come confronto, dimostra che il sintomo non riconosce il glutine fino a quasi un grammo. Pjetraj 2025, in condizioni non controllate, con la dose ignota e nessun confronto, usa il sintomo come unico strumento per riconoscere il glutine. Il secondo studio si regge interamente su una capacità che il primo ha dimostrato non esistere. Non è una questione di numerosità o di qualità del questionario: è lo strumento di misura che non misura la cosa che si voleva misurare.

 

Per questo diciamo che è proprio Daveson 2026 a rendere inutile Pjetraj 2025, e non una nostra opinione. Prima del 2026 si poteva ancora sostenere, come fanno gli autori, che il sintomo fosse un indicatore imperfetto ma informativo. Dopo il 2026 questa posizione non è più disponibile: il sintomo dopo un pasto, a dosi compatibili con una contaminazione, è indistinguibile dal nocebo. E lo è nello studio del gruppo che Pjetraj cita a propria difesa.

Un'inconsistenza interna che Daveson rende visibile

C’è un secondo modo di leggere i numeri di Ancona alla luce di quelli australiani, e porta alla stessa conclusione per un’altra strada.

 

Il 32% dei bambini “reattivi” avrebbe vomitato. Il 43% avrebbe avuto diarrea. Nel trial australiano nessuno di questi sintomi è aumentato rispetto al placebo fino a 610 milligrammi; negli studi di sfida del 2019 il vomito compare dopo 3-6 grammi. Se i racconti dei genitori sono accurati, allora quei bambini non hanno ingerito tracce: hanno mangiato un piatto sbagliato, con grammi di glutine. Se invece hanno ingerito tracce, allora il vomito non veniva dal glutine. Non c’è una terza possibilità. In entrambi i casi lo studio non dice nulla sulla “contaminazione” che ha nel titolo.

 

Questa lettura è coerente con ciò che lo stesso centro di Ancona aveva misurato quattro anni prima. Nello studio Monachesi 2021, su cui abbiamo già scritto, gli stessi autori hanno analizzato con metodo ELISA R5 i pasti reali di bambini celiaci italiani e hanno trovato un’esposizione quotidiana al glutine da contaminazione tra 0,2 e 3,6 milligrammi al giorno, quantità che nel trial australiano non hanno prodotto sintomi distinguibili dal placebo e, nella maggior parte dei casi, nemmeno il segnale nel sangue. Lo studio che misura dice che la contaminazione è trascurabile; lo studio che chiede ai genitori dice che un terzo dei bambini reagisce. I luoghi indicati, ristorante e mensa scolastica, sono esattamente quelli dove avvengono gli scambi di piatto e gli errori di ingrediente. Chiamare “contaminazione” una trasgressione franca è il principale equivoco che questo studio alimenta.

Gli altri limiti, in breve

Il 33,1% è una prevalenza nell’arco della vita in dieta, non una frequenza. Significa che un terzo dei genitori ricorda almeno due episodi compatibili in un periodo che lo studio non definisce (anni, per la maggior parte dei bambini). Nella divulgazione è diventato “un celiaco su tre reagisce alle contaminazioni”, che è un’affermazione diversa.

 

Il 30% delle famiglie invitate non ha risposto. Chi ha problemi è più motivato a rispondere a un questionario sui problemi; il campione è verosimilmente arricchito di famiglie con esperienze da raccontare. Il centro è di terzo livello, e la casistica non rappresenta la popolazione celiaca pediatrica generale.

 

Le associazioni trovate (più femmine, diagnosi più precoce, più sintomatici alla diagnosi, 63% con gli stessi sintomi di prima della diagnosi) vengono interpretate dagli autori come “memoria immunologica”. Sono altrettanto compatibili, e in modo più parsimonioso, con la memoria dei genitori: chi ha visto il figlio stare male prima della diagnosi riconosce e attribuisce al glutine gli stessi disturbi quando ricompaiono, qualunque ne sia la causa. Lo studio non ha alcun modo di distinguere le due spiegazioni.

 

Nella parte introduttiva alcune fonti sono citate a sostegno di affermazioni che non contengono. L’affermazione che i sintomi persistenti in dieta siano “spesso causati dalla contaminazione” rimanda a un lavoro della Mayo Clinic (Hujoel 2023) sugli esiti sintomatici dei celiaci in dieta, che tratta le molte cause di sintomi persistenti diverse dal glutine. L’affermazione che l’ingestione involontaria “può innescare una risposta immunitaria e la ricomparsa dei sintomi” rimanda a una revisione sulla gestione diagnostica di chi riferisce sintomi dopo il frumento (Costantino 2022) e a un articolo sulla dieta di eliminazione delle contaminazioni nella celiachia non responsiva (Leonard 2017), che riguarda una minoranza di pazienti con un quadro clinico specifico. Abbiamo verificato queste fonti sul testo integrale; chi volesse controllare le trova in bibliografia.

Perché viene citato lo stesso

Lo studio di Ancona ha una qualità che spiega la sua fortuna: dà un numero, italiano, pediatrico, facile da ricordare, che conferma ciò che molti genitori e molti operatori già credono. È il tipo di dato che si presta a essere mostrato in una diapositiva. Non ha, però, nessuna delle caratteristiche che servono per sostenere l’affermazione a cui viene associato. Non misura il glutine, non misura l’esposizione, non misura la risposta immunitaria, non ha un gruppo di confronto, e si basa su uno strumento, il sintomo riferito, che il miglior studio disponibile ha dimostrato essere cieco al glutine alle dosi in questione.

 

Va aggiunto che il professor Catassi, coautore e supervisore di questo lavoro, ha affermato in sede parlamentare nel 2026 che i sintomi clinici non sono un indicatore affidabile per valutare la tossicità delle tracce di glutine, e in un seminario dell’ottobre 2026 ha descritto come l’ansia possa produrre dolori addominali e gonfiore indistinguibili da una reazione al glutine. Sono entrambe affermazioni corrette, e sono entrambe incompatibili con l’uso che dello studio di Ancona viene fatto nella comunicazione sulle contaminazioni.

Cosa resta dello studio

Resta un dato sociologico onesto, se letto per quello che è: un terzo dei genitori italiani di bambini celiaci seguiti in un centro di riferimento attribuisce al glutine, almeno due volte nel corso della dieta, un episodio di malessere acuto del figlio, soprattutto dopo pasti fuori casa. È un’informazione utile per capire come le famiglie vivono la malattia, quanta paura circola attorno al pasto fuori casa e quanto bisogno c’è di informazione corretta. Non è un’informazione sulla frequenza delle contaminazioni, sulla quantità di glutine che fa stare male, né sul fatto che le tracce facciano stare male.

 

Per chi vive con la celiachia la conseguenza pratica è la stessa che abbiamo tratto dallo studio Daveson. Il sintomo dopo un pasto è reale, ma non identifica la causa, e un questionario che raccoglie sintomi non può trasformarli in prove. Il rischio concreto per un bambino celiaco a mensa o al ristorante è il piatto sbagliato e l’ingrediente non letto, non l’utensile o la superficie. È lì che vanno l’attenzione delle famiglie e le procedure di autocontrollo di chi prepara il cibo. E se i disturbi si ripetono, la strada è il pediatra o il centro di riferimento, con gli strumenti oggettivi del follow-up, non la ricerca del colpevole nel pasto di ieri.

In una frase

Pjetraj 2025 misura quanti genitori credono che il figlio abbia reagito al glutine. Daveson 2026 ha dimostrato che, alle dosi di una contaminazione, questa credenza non può essere verificata nemmeno dal paziente stesso in condizioni sperimentali. Il secondo studio non contraddice il primo: lo svuota.

Fonti

Pjetraj D, Damiani D, Monachesi C, Ricci S, Ascani M, Gatti S, Catassi C, Lionetti E. Prevalence of acute reactions to gluten contamination of the diet in children with celiac disease. Front Pediatr 2025;13:1635944. DOI 10.3389/fped.2025.1635944. Open access.

 

Daveson AJM, Craig E, Vitak A, Ware RS, Schafer J, Sehgal A, Bose U, Colgrave ML, Hardy MY, Tye-Din JA, Anderson RP. A Randomized Double-Blind, Placebo-Controlled Dose-Response Study to Assess the Gluten Threshold Dose in Celiac Disease. Gastroenterology 2026;171(2):285-297. DOI 10.1053/j.gastro.2026.03.011. Open access.

 

Daveson AJM, Tye-Din JA, Goel G, et al. Masked bolus gluten challenge low in FODMAPs implicates nausea and vomiting as key symptoms associated with immune activation in treated coeliac disease. Aliment Pharmacol Ther 2020;51:244-252. DOI 10.1111/apt.15551.

 

Tye-Din JA, Daveson AJM, Ee HC, et al. Elevated serum interleukin-2 after gluten correlates with symptoms and is a potential diagnostic biomarker for coeliac disease. Aliment Pharmacol Ther 2019;50:901-910. DOI 10.1111/apt.15477.

 

Goel G, Tye-Din JA, Qiao SW, et al. Cytokine release and gastrointestinal symptoms after gluten challenge in celiac disease. Sci Adv 2019;5:eaaw7756. DOI 10.1126/sciadv.aaw7756.

 

Monachesi C, Verma AK, Catassi G, et al. Quantification of accidental gluten contamination in the diet of children with treated celiac disease. Nutrients 2021;13:190. DOI 10.3390/nu13010190.

 

Schiepatti A, Bellani V, Perlato M, Maimaris S, Klersy C, Biagi F. Inadvertent and minimal gluten intake has a negligible role in the onset of symptoms in patients with coeliac disease on a gluten-free diet. Br J Nutr 2019;121:576-581. DOI 10.1017/S0007114518003616.

 

Catassi C, Fabiani E, Iacono G, et al. A prospective, double-blind, placebo-controlled trial to establish a safe gluten threshold for patients with celiac disease. Am J Clin Nutr 2007;85:160-166. PMID 17209192.

 

Hujoel IA, Hujoel MLA, Choung RS, Murray JA. Symptom outcomes of celiac disease in those on a gluten-free diet. J Clin Gastroenterol 2024;58:781-788. DOI 10.1097/MCG.0000000000001946.

 

Costantino A, Aversano GM, Lasagni G, et al. Diagnostic management of patients reporting symptoms after wheat ingestion. Front Nutr 2022;9:1007007. DOI 10.3389/fnut.2022.1007007.

 

Leonard MM, Cureton P, Fasano A. Indications and use of the gluten contamination elimination diet for patients with non-responsive celiac disease. Nutrients 2017;9:1129. DOI 10.3390/nu9101129.

 

Audizione del prof. Carlo Catassi, maggio 2026, e seminario AIC online del 6 ottobre 2026 (trascrizioni in archivio Assoceliaci; verificare sede e data esatte prima della pubblicazione).