Il Paradosso Pompadour:

Il Paradosso Pompadour: quando il “senza glutine” diventa uno strumento di marketing (e di paura)

Esiste un confine sottile tra corretta informazione al consumatore e strategia commerciale. Il caso delle tisane Pompadour riporta l’attenzione su una distorsione comunicativa che rischia di generare confusione tra i celiaci e danni reputazionali alle aziende.
Negli ultimi mesi, sui social, alcuni prodotti Pompadour sono stati definiti “a rischio” per l’assenza del claim volontario “senza glutine” o di una certificazione privata. Una narrazione che ha alimentato timori ingiustificati, soprattutto tra le famiglie, portando a dubitare della sicurezza di semplici tisane composte da erbe e radici che, per loro natura, non contengono glutine.

Una tisana è una tisana: dov’è il rischio?

Le tisane pure non sono cereali contenenti glutine.
Se esistesse un rischio concreto di contaminazione, l’azienda avrebbe l’obbligo legale di dichiararlo in etichetta.

Il Regolamento (UE) 1169/2011 impone la dichiarazione obbligatoria degli allergeni e vieta qualsiasi informazione che possa risultare ingannevole o attribuire al prodotto caratteristiche che sono comuni a tutti gli alimenti analoghi.

Il Regolamento (UE) 828/2014 disciplina l’utilizzo del claim “senza glutine”, consentendolo esclusivamente quando il contenuto di glutine è inferiore a 20 ppm.

Tuttavia, proprio alla luce del principio di non ingannevolezza previsto dal Regolamento 1169/2011, l’indicazione “senza glutine” su una categoria di prodotti che è naturalmente e universalmente priva di glutine rischia di essere una comunicazione non appropriata.
Attribuire a una tisana una caratteristica che appartiene per natura a tutte le tisane pure può infatti suggerire, indirettamente, che altri prodotti analoghi ne siano privi solo se dichiarato, generando un’alterazione della corretta percezione del mercato.
Inoltre, ogni azienda alimentare è obbligata ad applicare un piano HACCP per la gestione dei rischi e delle contaminazioni crociate. Se un prodotto è immesso sul mercato senza avvertenze relative al glutine, significa che, secondo legge, è conforme e sicuro.

Il paradosso della rassicurazione

In risposta alle richieste dei consumatori, l’azienda ha scelto di inserire la dicitura “naturalmente senza glutine” con finalità rassicurative.
Ma qui emerge il paradosso:
una dicitura che nasce per tranquillizzare rischia di rafforzare l’idea che, in assenza di quella scritta, il prodotto possa essere pericoloso.
La sicurezza alimentare non è un’opzione commerciale né un servizio accessorio. È un obbligo di legge.

Basta alla cultura del sospetto

Definire “a rischio” un prodotto naturalmente privo di glutine, in assenza di dati analitici o segnalazioni ufficiali, significa alimentare una cultura del sospetto che:
• crea ansia nelle famiglie,
• genera confusione nei consumatori,
• danneggia aziende che operano nel rispetto delle normative.

La celiachia è una condizione seria. Proprio per questo la comunicazione deve essere fondata su basi scientifiche e normative, non su dinamiche di mercato o percezioni diffuse sui social.

La posizione di Assoceliaci

1. Leggere le etichette è fondamentale.
Se tra gli ingredienti non compare glutine e non vi sono avvertenze di possibile contaminazione, il prodotto è idoneo secondo la normativa vigente.
2. La sicurezza dipende dalla legge, non dai bollini.
Regolamenti europei, controlli ufficiali e responsabilità giuridica delle aziende sono le vere garanzie per il consumatore.
3. Difendiamo le aziende corrette.
Non è accettabile che prodotti sicuri per natura vengano classificati come “a rischio” esclusivamente per l’assenza di una certificazione privata.

Assoceliaci continuerà a promuovere un’informazione chiara, basata su norme e dati scientifici.
La tutela dei celiaci non può essere piegata a logiche di marketing.

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